Content marketing informazioni
Content marketing: le informazioni non bastano più per coinvolgere il pubblico

Nel progettare campagne di content marketing, un errore piuttosto comune è quello di enumerare le informazioni, lasciando parlare solo i dati. Ma non è una buona idea.

La creazione di campagne di content marketing è un lavoro complesso. Prima di tutto perché è necessario conciliare aspetti più strettamente creativi con un approccio più tecnico e razionale, in particolare se la campagna ha anche finalità legate, per esempio, alla SEO o alla condivisione sui social media. 

Poi perché la scelta degli argomenti per sé non è più sufficiente a stabilire il successo di una strategia. Certo, possiamo farci aiutare da altri parametri come il tone of voice o gli obiettivi di comunicazione come Awareness, consideration o Decision, ma quello che qui vogliamo affrontare è un tema ancora più profondo: per quale ragione le persone dovrebbero leggerci, ascoltarci, darci attenzione?

Per rispondere a questa domanda gli aspetti formali del marketing non servono a molto. 

Alle persone i fatti non interessano (più?)

Questa riflessione nasce da un interessante articolo apparso su Content Marketing Institute e che affronta l’argomento in modo decisamente più approfondito. Ne riprendiamo gli aspetti rilevanti, aggiungendo le nostre conclusioni. 

Il punto fondamentale è che molto spesso, nel creare una strategia di content marketing e il conseguente piano di comunicazione, da cui andremo a generare i contenuti, c’è la tendenza a costruire articoli che enumerano o elencano fatti. Che siano dati, specifiche tecniche o ricerche è poco rilevante per la finalità del ragionamento. L’idea, secondo un adagio che esiste anche in italiano, è che i fatti parlano da soli.

In realtà, secondo quanto riporta l’autore, non è quasi mai così, per una serie di ottime ragioni. Riportiamo le principali e alcune nostre considerazioni

Troppe informazioni sono come nessuna informazione

Il primo punto è quello che ciascuno di noi sperimenta come utente sulla propria pelle: oggi siamo sommersi dalle informazioni. Questo da un punto di vista della percezione genera un rumore di fondo da cui è difficile staccarsi, ma ha anche un fondamento per così dire “economico”: l’offerta supera di gran lunga la domanda. Per questo motivo, anche se le informazioni che andremo a fornire sono di qualità, non è detto che riescano a emergere.

Content marketing dati

Non sempre le informazioni da sole costituiscono un vantaggio

Questo vale soprattutto se pensiamo che i dati e le informazioni che ci limitiamo a presentare possano avere una funzione persuasiva o modificare qualche convinzione. Secondo diversi ricercatori è addirittura vero il contrario: sulla base di quello che viene chiamato backfire effect presentare i dati senza accompagnamento contribuisce addirittura a rinforzare le convinzioni pregresse.

Il coinvolgimento è fondamentale

Secondo una interessante ricerca condotta dalla Wharton University, le persone tendono a essere estremamente poco indulgenti nei confronti degli algoritmi, a meno che non abbiano la possibilità di interagire. Insomma, i dati “presentati e basta” sono molto meno persuasivi delle informazioni con cui esiste un certo livello di coinvolgimento.

Proprio il coinvolgimento è la leva sulla quale dobbiamo agire per rivedere le nostre campagne di creazione e gestione dei contenuti.

Come rinnovare una strategia di content marketing

Se prendiamo in analisi le strategie, le idee e i suggerimenti più quotati in particolare in quest’ultimo periodo, è piuttosto semplice trovare alcuni denominatori comuni. Si parla di interazione, di feedback, di community, di customer journey. Che in ultima si possono ricondurre al coinvolgimento delle persone di cui si parlava poco sopra. 

Ma come si raggiunge questo obiettivo? Le strade sono diverse, a seconda del nostro approccio e degli strumenti a disposizione.

Una delle più semplici, perché non richiede strumenti analitici, è la costruzione di esperienze basate sul contenuto. Lo storytelling ha ineluttabilmente fatto il suo tempo, ma l’idea, per esempio, di raccontare un prodotto a partire dalle reali necessità che soddisfa è un esempio molto semplice di un breve customer journey raccontato. 

Content marketing dialogo

Un altro modo, in qualche modo interdisciplinare, è quello di usare i social media per attivare la conversazione, raccogliere le impressioni e usarle come punto di partenza dei contenuti da produrre, andando a rispondere, in modo più o meno dichiarato, alle istanze che nascono in quel contesto.

Infine, se disponiamo di strumenti più analitici, possiamo usarli per raccogliere i bisogni e il sentiment delle persone che gravitano intorno alla nostra realtà e costruire la nostra comunicazione sulla base di questi dando risposte ai bisogni o, meglio ancora, prevedendo quelli che saranno gli interessi del nostro mercato nel prossimo futuro.

Attese telefoniche
Google cambia anche le attese telefoniche: ci pensa lo smartphone

Ammettiamolo: le attese telefoniche sono probabilmente uno dei peggiori elementi del customer journey. Google ha elaborato un sistema per evitarle.

Nessuno ama le attese telefoniche, soprattutto se sono molto prolungate. Ma facendone una questione più strategica, un’azienda che costringe un utente a lunghe attese al telefono trasmette un messaggio molto preciso in merito all’attenzione che dedica ai propri clienti.

Google potrebbe cambiare per sempre questa esperienza. La notizia per il momento riguarda il mercato statunitense, in cui il colosso offre un numero di servizi ancora maggiore, ma pensiamo che valga la pena di riportarla perché si tratta di una lezione decisamente interessante.

Le attese telefoniche? Le fa lo smartphone per noi grazie all’intelligenza artificiale

Come abbiamo detto, al momento la notizia riguarda gli Stati Uniti dove, secondo il post ufficiale apparso su The Keyword, le persone spendono dieci milioni di ore all’anno in attese telefoniche. Nella versione più recente della App Telefono Google, è presente una funzione nuova chiamata Hold for me, letteralmente Aspetta per me.

Il meccanismo è semplice: attivandola, l’assistente Google attenderà in linea al posto nostro avvisandoci attraverso una notifica, la vibrazione o lo squillo quando qualcuno è in linea e pronto ad ascoltarci. Insomma, suona come un addio definitivo alle attese a base di vivavoce, musichette snervanti e messaggi ripetuti.

Al momento la funzione è distribuita in modo sperimentale solo negli Stati Uniti e solo sugli smartphone Pixel 5 e Pixel 4a, ma ha già raccolto interesse in tutto il mondo, proprio perché potrebbe cambiare il modo con cui le persone potrebbero rapportarsi alle attese telefoniche, ma anche come le aziende dovranno rapportarsi agli utenti.

Perché si tratta di una novità rilevante?

Abbiamo scelto di parlare di una novità apparentemente distante dal mercato italiano prima di tutto perché spesso Google è imprevedibile in merito alla distribuzione, e questo servizio potrebbe non arrivare mai o raggiungere i nostri smartphone molto presto. Ma soprattutto, perché le implicazioni potrebbero essere interessanti.

I tempi di attesa (per gli altri) potrebbero aumentare

La prima è di carattere meramente operativo, per le aziende che hanno servizi clienti che prevedono tempi di attesa. Se oggi un certo numero di utenti infatti sceglie di chiamare solo in casi di estrema necessità, proprio perché non ama le attese, domani lo scenario potrebbe cambiare. Sapendo che dell’attesa si occupa l’Assistente Google infatti, più utenti potrebbero riversarsi sui centralini. Allungando i tempi di attesa per gli altri utenti e soprattutto invalidando la “strategia” basata sul disincentivare le chiamate allungando i tempi di attesa. E proprio legato a questo, troviamo la seconda e più importante implicazione, che è quasi una lezione.

evitare attese telefoniche

I servizi insoddisfacenti generano opportunità e nuovi spazi di mercato

Una lezione praticamente da manuale: l’assenza di un servizio, o un disservizio, generano opportunità e spazi di mercato, che altri possono cogliere, offrendo un servizio migliore o addirittura un mercato completamente nuovo.

Ecco perché la nostra attenzione deve concentrarsi sull’esperienza utente. Perché una forma di insoddisfazione inevitabile oggi, domani potrebbe essere un’opportunità di business (o di consolidamento, in questo caso) per chiunque sia più pronto a cogliere la reale esigenza dell’utente o del cliente e offrire a sua volta un servizio migliore oppure completamente nuovo.

Ecco perché, a partire dal marketing fino ad arrivare al servizio post vendita, passando per le eventuali attività di accounting e assistenza, è indispensabile che la nostra strategia preveda una analisi oggettiva e funzionale delle possibili criticità. Ma soprattutto, che non trascuri nessuno degli aspetti del customer journey e crei insoddisfazione nei nostri utenti.

Semplicemente perché utenti e clienti oggi hanno numerose alternative, e anche dove queste non sono presenti, potrebbero nascere e avere successo rapidamente.